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News dal mondo Diario di viaggio 2005: Madagascar Pubblicato in data 12.06.2005
''Sotto di noi il Madagascar! Tra pochissimi minuti atterriamo ad Antananarivo accompagnate da una luce del mattino carica di promesse! ...''
12 giugno 2005
Sotto di noi il Madagascar! Tra pochissimi minuti atterriamo ad Antananarivo accompagnate da una luce del mattino carica di promesse! E proprio il giorno di arrivo nel Madagascar, la terra del famadihana (che significa letteralmente voltare le ossa) nelle lodi di stamani ecco cosa ho trovato: “Ecco io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe…riconoscerete che io sono il Signore quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri o popolo mio…”. Infatti in Madagascar i riti legati alla morte e alla sua celebrazione sono il motore principale della vita e ne condizionano molti aspetti. Solo la morte consente all’anima di entrare a far parte della comunità degli spiriti benigni che proteggono la famiglia dandole prosperità e consigliando i suoi membri nelle avversità. In pratica, un malgascio entra a pieno titolo a far parte della società solamente nel momento in cui muore. La maggior parte dei malgasci crede che gli spiriti dei morti lo aiuti nella vita terrena e pratica il rito della “seconda sepoltura”. Il cadavere viene estratto dalla tomba, avvolto in un lenzuolo particolarmente bello e ricamato, messo su una barella e portato in giro per luoghi dove ha vissuto. La gente gli parla, come se fosse vivo… gli mostra le novità del villaggio, come se potesse vederle… gli racconta le cose, come se potesse sentirli. Di fatto per loro il morto sente, pensa, vede.
Ilaria, Manuela, Chiara
13 giugno 2005
Questa giornata è finita. La nostra prima giornata ad Antananarivo! Siamo state catapultate dentro la vita malgascia appena atterrate! Infatti dopo aver assistito alla celebrazione della Prima Comunione di circa duecento bambini della comunità, siamo state invitate al pranzo di una di queste famiglie. L’impatto è stato incredibile perché avevamo gli occhi puntati su di noi come fossimo state degli extraterrestri! Ma rotto il ghiaccio, tutti si sono mostrati gentili, accoglienti, curiosi ma non intrusivi, e hanno cercato, riuscendo nell’intento, di farci sentire a nostro agio. E cosa dire dei bimbi? Tutti quanti incuriositi dalle nostre macchine fotografiche, dai nostri vestiti, dai nostri capelli, da noi tanto diverse, da noi vahaza! Tutti sono stati affettuosissimi e molto comunicativi! Koloina e Nazuru (due sorelline nipoti di Rundru, la giornalista di Radio Don Bosco che ci è venuta a prendere all’aeroporto e che, a quanto pare, ci seguirà e ci aiuterà spesso nei nostri spostamenti) sono due fiorellini di campo! Il calore di questa gente ci ha riempito!
Antananarivo… …ecco i campi di riso e le colline che circondano la città. …ecco il fiume dalla cui argilla si ricavano i mattoni che vengono poi cotti nelle fornaci. …ecco le evoluzioni di autobus fatiscenti e stracolmi di persone e la lentezza dei carri trainati dagli zebù sui quali famiglie intere accoccolate ondeggiano al ritmo pigro delle scosse impresse al veicolo delle buche. …ecco la meticolosa lentezza con cui procedono i numerosi taxi ormai privi di parti importanti di carrozzeria, ed i cui conducenti sperano di poter terminare la corsa senza che l’automobile si sfasci del tutto. …ecco la folla che lungo i bordi di tutte le strade della città cammina diretta verso chissà quali mete. …ecco il caos di persone ed automobili, il gas di scarico soffocante ed il rumore assordante che toglie la pace.
Ilaria, Manuela, Chiara
18 giugno 2005
Una settimana fa eravamo sul treno per Milano e adesso siamo nel Sud del Madagascar in una casa missionaria dallo stile coloniale a pochi km dalla Strada dei Baobab e dal Canale di Mozambico! Stiamo aspettando una vettura che ci condurrà dopo un viaggio di 6 ore (a quanto pare molto avventuroso e disagevole!) nell’entroterra, a Mandabe, nella Missione di Don Riccardo. Non è per niente facile stargli dietro! Un uomo che per dare senso alla propria vita e a quella dei malgasci di fronte a Dio, si è ritrovato spesso solo ed in difficoltà, ma che in nome della Provvidenza, a suo dire, è sempre andato avanti. Una Provvidenza che lui sostiene aver toccato e palpato come lo si può fare con un tavolo… A Morondava la vita è più a misura d’uomo. Il ritmo è lento, ordinato, rilassato, sereno. E’ una tranquilla cittadina sul mare, con strade sabbiose e abitazioni deliziosamente decadenti. Niente a che vedere con ciò che abbiamo visto ad Anatihazo. Ad Anatihazo, non a caso il quartiere più povero di Antananarivo, in mezzo alle baracche regna la sporcizia, il caos, la desolazione. I bambini giocano in mezzo alla melma e ai topi. Nelle strade ampie e polverose, fiancheggiate da baracche e da negozietti all’aperto, sono esposti pezzi di carne, granaglie, salsicce, verdure all’aria senza alcuna precauzione, su cui si posano nugoli di mosche. Nei canali di scolo una folla multicolore lava i panni, coglie foglie di verdura e fa i propri bisogni. Sembra di essere in pieno Medioevo europeo; considerando che Parigi attorno al mille non doveva essere poi tanto diversa. Qua a Morondava abbiamo avuto il piacere di conoscere Celso. Celso è un religioso di 85 anni che vive qui in Madagascar dal ’49: ci è arrivato su un bastimento dopo un mese di viaggio! Ma quando ci ha parlato di sua madre, del momento in cui sua madre stava morendo, si è commosso come un bambino e si è congedato. In questi giorni il tema della “madre” ricorre spesso… tra le storie dette e non dette… ci torna in mente la poesia di Giuseppe Ungaretti… e finiamo per commuoverci anche noi… Sarà per colpa dell’antimalarico?! Ormai il Lariam è diventato l’alibi, la scusa, il capro espiatorio di questo viaggio!!!
Ilaria, Manuela, Chiara
26 giugno 2005
Ieri e oggi qui in Madagascar si festeggia l’Indipendenza e la sera la gente delle campagne è solita uscire dalle proprie case e passeggiare per le strade. I bambini portano in mano delle lanterne di carta con dentro una candela, da Tana (dal Lago di Anosy) si sparano i fuochi d’artificio e i ragazzetti fanno scoppiettare i petardi. Tutto è pervaso da un clima generale di baldoria e di eccitazione. Sembra un po’ il nostro Ultimo dell’Anno: la gente si ubriaca e i bambini guardano stupiti i fuochi d’artificio che scoppiano nel cielo. Noi, prima di fare la sfilata per la strada con in mano una lanterna ciascuna, siamo state accolte nella casa di Hanta un’insegnante di tedesco, e di suo marito un insegnante di musica. Ci hanno intrattenuto suonando la chitarra, il piano ed un tipico strumento malgascio a corde, ci hanno offerto una strana patata dolce e del the, ci hanno mostrato le foto della famiglia e il fratello di Hanta ci ha venduto alcuni dei suoi batik. Domani abbiamo quattro appuntamenti con quattro referenti tra cui Radio Don Bosco (in cui lavora Rundru) e l’ONG che potrebbe occuparsi della formazione dei contadini per la coltivazione del riso. Abbiamo parlato con i responsabili dell’associazione che si occupa di portare l’acqua nelle aree rurali. Nel paese che abbiamo visitato stamattina ne avrebbero proprio bisogno, visto che tutti i giorni sono costretti a percorrere 2 km all’andata e 2 km al ritorno per andare alla sorgente! L’aspetto sicuramente più bello di questa esperienza in Madagascar, è la possibilità di apportare anche con il nostro piccolo contributo un pezzettino di benessere a questo Paese e a questa gente. Abbiamo tanto da fare quando torneremo in Italia e sicuramente aver visto i volti delle persone ai quali andranno i frutti del nostro lavoro è fortemente motivante! Come poter dimenticare ad esempio i tre fratelli distrofici di Mandabe? Ci adopereremo con tutte le nostre forze per trovare loro tre carrozzine con le ruote grandi… Non dobbiamo mai perdere di vista il nostro obiettivo: noi siamo qui per raccogliere richieste di Progetti di Sviluppo per il Madagascar e questa occasione per noi è soltanto un grande, grandissimo privilegio. Quando torneremo in Italia con tutto il materiale raccolto, cominceremo a lavorare subito su questi Progetti.
Ilaria, Chiara, Manuela
1 luglio 2005
Il tratto che va da Antananarivo a Toamasina/Fullpointe è incredibilmente eterogeneo. Pian piano le palme, i banani e gli altri alberi della foresta sostituiscono il verde tenero dell’erba degli altopiani, mentre la strada scende lungo il versante orientale dell’isola verso l’Oceano Indiano, rasentando precipizi da cui è possibile vedere a molti km di distanza le unghiate di terra rossa che il disboscamento selvaggio e l’erosione lasciano nel manto verde della foresta. Le case in muratura a due piani dell’altopiano, sono sostituite da capanne sollevate da terra con pareti di foglie intrecciate…I venditori a lato della strada non offrono più il carbone di legna ma banane e altra frutta, pian piano la temperatura si fa più calda. E così dopo circa 7-8 ore di viaggio in auto, si arriva a Toamasina. Toamasina è il principale porto commerciale dell’isola, l’unico che sia collegato alla parte interna con una strada camionabile; di qui transitano tutte le merci che non giungono in aereo e che sono dirette verso la Capitale e gli altopiani… Gli edifici sono bianchi, o meglio di un ricordo del bianco di epoca coloniale, scrostati dal vento dell’oceano e lavati dalle piogge abbondanti che flagellano quasi quotidianamente i viali dove l’asfalto ha da lungo tempo ceduto il posto a buche abissali. In città ci si muove a piedi, con i taxi o, più frequentemente con i pousse pousse. Questi costituiscono una caratteristica di Toamasina, una vera istituzione: sono risciò dalle alte ruote gommate, molto pesanti e con le stanghe in metallo unite all’estremità da una striscia di cuoio, dove l’uomo che li guida si appoggia per spingere con il petto. Una capote rialzabile, consente di ripararsi dalla pioggia e dal sole. Per arrivare a Fullpointe ci vuole un’altra mezz’oretta di macchina. Fullpointe di per se è una città sicuramente anonima, ma situata nei pressi di bellissime spiagge di sabbia bianca. Siamo in un posto incredibile… mare placido ed una spiaggia finissima, foglie di palma ed un cielo infinito, bungalow semplicissimi in totale armonia con l’ambiente circostante… con le onde che si infrangono contro la barriera corallina a molti metri dalla spiaggia…
Ilaria, Chiara, Manuela
14 luglio 2005
In questi giorni siamo stati a Diego Suarez, la città più occidentale che abbiamo visto qui, e Nosy Be (che significa Isola Grande). Nosy Be, immersa nel blu scuro dell’Oceano, è sicuramente l’isola più bersagliata dal popolo di vacanzieri (soprattutto italiani) in cerca del paradiso tropicale e del divertimento e dove ci sono le strutture turistiche più organizzate ed efficienti. Ma basta spostarsi di pochi metri per contemplare Nosy Be da un’altra angolazione. Si può vivere la giornata seguendo il ritmo del sole, della luna e delle stelle, dell’alta e della bassa marea. Si può godere di un silenzio irreale dovuto alla totale assenza di clienti nell’albergo. Si può essere padrone dell’alba appena svegli, guardando il paesaggio dalla terrazza. E la sera stando col naso all‘insù, si possono esprimere i desideri grazie ad un cielo generoso di stelle cadenti, soffitto brillante, spettatore discreto e indispensabile per conversazioni sussurrate, intime, svelatrici e a cuore aperto. A Faratshio invece, il sole è forte di giorno e il freddo invernale di notte; è l’aria buona, la semplicità; è il muggire degli zebù; è fango e buchi per le strade; è sorrisi gratuiti e ingenui. Ma Faratsiho è soprattutto Don Sandro. Don Sandro con la sua generosità, la sua semplicità, la sua amicizia diretta e alla pari. Don Sandro che capisce la gente perché non si mette su uno scalino ma ci vive in mezzo. Don Sandro che con le sue moto da cross e anche a piedi, se ce n’è bisogno, cerca di raggiungere le zone più lontane nonostante l’impercorribilità delle strade (e chiamarle strade è usare un eufemismo!) e le piogge abbondanti. Don Sandro che ha un carisma particolare con i ragazzi, perché il suo entusiasmo lo si riesce a percepire da subito. Ma se nomino Don Sandro, non posso tralasciare un'altra persona straordinaria, Don Luciano, della missione di Anatihazo. Don Luciano è qui in Madagascar da relativamente poco, rispetto agli altri preti che abbiamo incontrato, cioè da circa 4 anni e secondo i suoi programmi vorrebbe rimanerci altri 10 e poi probabilmente e possibilmente tornare in Italia o andare in altre Missioni di altri Paesi. Secondo lui un’esperienza in Missione per un prete e la propria vita vocazionale e umana è quasi indispensabile, perché permette di entrare profondamente in contatto con il proprio io, i propri limiti, le proprie cose non risolte. E costringe inevitabilmente a risolverle e a risolversi perché non dà appigli, rifugi, ancore di salvezza, alibi, possibilità di distrazioni. E ora… siamo agli sgoccioli ormai! Sembra strano, impossibile è invece è proprio così… stiamo per tornare in Italia dopo 35 giorni intensissimi vissuti in Madagascar… Si respira l’atmosfera pre-partenza, tutti quanti sono in fibrillazione (noi stesse lo siamo) e ci stanno organizzando gli ultimi momenti per gli acquisti e i saluti. Domattina ci svegliamo presto e dopo colazione andiamo con Don Piero (il mitico Don Piero che noi trattiamo come un nonno!) per salutare Rundru e le sue nipotine (la dolce Koloina!). Dopo pranzo andiamo alla Digue per gli ultimi acquisti tra le bancarelle dell’artigianato, passiamo a salutare Don Luciano ad Anatihazo e poi si cena tutti insieme ad Antsofinondry per festeggiare la nostra partenza. Questa gente con noi è stata così calda, accogliente, disponibile, in un modo davvero commovente. Davvero partire sarà un po’ come morire…
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