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News dal mondo Diario di viaggio 2004: Brasile Pubblicato in data 21.03.2004
“Questa mattina e’ iniziato il nostro primo giorno di lavoro intenso e pieno di emozioni…”
21 marzo 2004
Questa mattina e’ iniziato il nostro primo giorno di lavoro intenso e pieno di emozioni. Appena ci siamo alzati Don Venderci ci ha accompagnati ad Orionopolis, la struttura del Piccolo Cottolengo. Al nostro arrivo, inizialmente, ho avvertito un po’ di distacco da parte del direttore Don Luigi Frison. Quando ci siamo messi a pranzo mi ha chiesto come mai non avessimo preso in considerazione il suo Progetto di costruzione della cappella e della lavanderia. Parlandoci un po’ più a lungo però, il ghiaccio si è sciolto, e la conversazione ha preso decisamente un tono più cordiale. Abbiamo fatto una lunga chiacchierata e sono stata contenta quando il suo sguardo alla fine della giornata si è completamente rasserenato!! Siamo tornati verso le cinque e abbiamo passeggiato un pò per la città di Florianopolis, molto bella ma con le contraddizioni tipiche delle città moderne: un bel centro con tanti grattaceli e poi tutt’ intorno favelas arroccate in cima a delle colline, con gli abitanti che si riversano nelle strade principali per mendicare o per cercare di rimediare la giornata in qualsiasi modo. Alle 19 siamo andati in Parrocchia perché Don Venderci diceva la messa. Siamo entrati io, Carlos e Fabrizio e ci siamo seduti in uno dei tanti banchi quasi tutti pieni, cercando con molto sforzo di capire qualcosa. Ad un certo punto ho iniziato a carpire alcune parole a me familiari come “Roma”, “Don Orione”, ed infatti Carlos mi ha detto che stavano parlando di noi!! Dopo pochi secondi Don Venderci ci ha chiamato sull’altare ed io lì, davanti a circa 500 persone ero imbarazzatissima!! Ci ha presentato, abbiamo detto due parole in italiano, tranne Carlos che ovviamente ha parlato in portoghese, e ci siamo congedati con un applauso che ci ha commosso. Appena fuori dalla chiesa ci è venuta incontro la coordinatrice del Centro, che ha scritto il Progetto. Non le sembrava vero che lo avessimo letto, non si sarebbe mai aspettata di ricevere delle persone arrivate da Roma per lavorare con lei. Credo di non essermi dimenticata nulla per oggi… ora vado a dormire vista l’ora… domani ci attende una giornata piena…
Cinzia
24 marzo 2004
La struttura dell’Opera Don Orione é situata ai piedi di una collina. Proprio alle spalle della struttura nasce una favela che a vederla non sembra nemmeno una favela in quanto le case sono quasi normali con tanto di televisore e altre comodità. Poi però, ad un certo punto le strade si perdono ed esistono solo scale e terra battuta, per raggiungere quello che è il cuore della favela. I bambini che frequentano la struttura vengono da qui e sono circa 120. Visto l’alto numero e i pochi spazi a disposizione, sono divisi in due gruppi uno di mattina e l’altro di pomeriggio. La situazione dei ragazzi è piuttosto drammatica: sono vittime di violenze fisiche e psicologiche da parte delle famiglie, e costretti, il più delle volte a fare i corriere di droga. Oggi abbiamo conosciuto la coordinatrice del centro educazionale, Iracì, che ci ha spiegato come funziona il Centro e ci ha raccontato alcune esperienze dei bambini che sono li, come la storia di Anna Paola una bambina la cui mamma è morta di Aids l’anno scorso. Lei è rimasta con la nonna, una trafficante di droga che sta cercando in tutti i modi di farla uscire dal Centro per farla tornare a lavorare da corriere o chissà cos’altro. Anna Paola ha solo 7 anni. Il problema è che qui in Brasile esiste una legge secondo la quale i bambini non possono essere portati fuori dalle famiglie fin quando non commettono reati molto gravi. Per questo la struttura del Don Orione opera solo di giorno. I bambini vengono qui alle 7.30, fanno colazione e poi iniziano varie attività, tra cui il gioco degli scacchi: la Federazione Nazionale degli Scacchi che ha sede a Florianopolis, manda dei volontari per insegnare ai bambini del Centro il gioco, e a volte i più bravi vengono iscritti ad alcuni tornei, anche a livello nazionale. Questa attività si svolge da cinque anni e la cosa interessante è che i ragazzi che hanno frequentato il Centro ed hanno imparato a giocare bene, spesso sono spinti ad iscriversi ai tornei dagli stessi datori di lavoro (titolari di supermercati, alberghi, etc.), per farsi pubblicità, il che stimola ovviamente gli stessi ragazzi ad impegnarsi e ad accrescere la fiducia in sé stessi. Ora devo andare, oggi torniamo ad Orionopolis! Continuerò il mio diario più tardi!!
Cinzia
26 marzo 2004
Siamo tornati ad Orionopolis, il Piccolo Cottolengo. Ad accoglierci c’è Don Luigi Frison, il direttore del Centro, che ha preparato tutta la documentazione da riportare a Roma, necessaria per la stesura del Progetto. Orionopolis è situato a circa 10 km dalla Parrocchia e dal centro educazionale. Attualmente ospita circa 40 persone tra anziani e giovani disabili, vi lavorano 30 persone stipendiate e alcuni volontari. Purtroppo i volontari sono i medici, due, che prestano servizio lì solo una volta a settimana .La cosa è abbastanza preoccupante se si considera che in un Centro del genere il personale dovrebbe offrire un servizio costante, anche se basato sui volontari. Il Centro purtroppo cerca di arrangiarsi come può, con le poche entrate che gli giungono da parte dello Stato; con le pensioni di due o tre anziani che vivono lì; con il ricavato di un mercatino dell’usato, dove vengono venduti vestiti donati alla struttura. Parlando a lungo con Don Frison e Telma, ragioniera del Centro e coordinatrice di varie attività, abbiamo constatato che quello di cui loro necessitano veramente sono le risorse umane capaci di ridare nuova visibilità ad Orianopolis. Basti pensare che l’ultima raccolta fondi che hanno fatto è stata nel 1995. Piuttosto che un aiuto economico qui avrebbero bisogno di risorse umane nuove e qualificate che siano in grado di formare gente volontaria disposta a lavorare. Tornati al Centro Educazionale (CEDO), io Carlo e Fabrizio abbiamo ripreso a lavorare con Eraci, per un’intera giornata, cercando di stabilire una metodologia di lavoro che ci permetta di continuare a collaborare anche quando partiremo. I bambini che sono nelle stanze vicine sono curiosi ed eccitati per la presenza insolita di questi tre personaggi che si aggirano per il Centro!! La cosa più bella è che nessuno di loro, nonostante Carlos abbia detto più volte che io e Fabrizio non capiamo la loro lingua, ha rinunciato a comunicare con noi, hanno continuato a parlarci e a farci delle domande come se fossimo brasiliani!! Ci sono due bambine che si sono innamorate di Fabrizio e come lo vedono corrono a dargli un bacetto sulla guancia! Se lo fa qualcun’altra scatta la scena di gelosia… io ovviamente mi sono messa da parte!!
Cinzia
28 marzo 2004
Eccoci qua, siamo arrivati all’ultimo giorno a Florianopolis. La città è divisa in due: una parte risiede nell’isola e l’altra nel “continente”, come dicono qui. Non c’è un vero e proprio centro storico come lo intendiamo noi europei: la parte più vecchia risale al 1700, ed è caratterizzata da palazzi coloniali stile francese che però, per la maggior parte, sono stati buttati giù per dare spazio a strutture più moderne. In compenso, nel centro, c’è un albero che ha più di 200 anni, orgoglio nazionale, che il Comune ha recintato e che i suoi abitanti chiamano Figuera. La leggenda narra che le ragazze che vogliono sposarsi devono fare tre volte il giro intorno alla Figuera… io, Carlos e Fabrizio ce ne siamo tenuti lontani!! Appena arrivati alla casa parrocchiale, Padre Vandercì, il direttore della struttura, parlando con Carlos gli ha detto: “Carlos domani devi andare in centro per vedere una bella Figuera!” Carlos si è girato verso di noi per cercare un appoggio morale, ma non lo ha ottenuto e quindi siamo tutti e tre scoppiati a ridere!! Il nostro ultimo giorno lo abbiamo passato a cercare di riorganizzare tutto, ma soprattutto a pianificare le linee del lavoro futuro. La mattina abbiamo salutato i bambini che ci hanno fatto una grande festa, e non capivano perché dovessimo già lasciarli, come se il tempo trascorso insieme fosse stato talmente breve da non darci la possibilità di conoscerci meglio. Al momento del nostro discorso e del saluto finale, mentre Fabrizio riprendeva il tutto, la bambina innamorata di lui si è alzata ed é andata a salutarlo. Questo ha scatenato tutti gli altri 60 bambini che si sono alzati tutti insieme e sono corsi verso Fabrizio!! Mi rendo conto che il continuo flusso di informazioni che abbiamo avuto con lo staff di coordinamento del Centro in così pochi giorni li ha lasciati un po’ storditi, perchè le ultime due ore passate insieme non sono state altro che un fiume di domande. Insomma, dopo otto ore di lavoro, loro erano distrutti perché cercavano di assimilare tutte le nozioni possibili; io ero sfinita perché dovevo lavorare parlando in italiano e contemporaneamente ascoltare in portoghese; Carlos dava nozioni tecniche di progettazione e faceva da traduttore tra loro e me; Fabrizio correva di qua e di là per cercare di riprendere le immagini più belle. Tutto ciò è stato molto emozionante… domani si parte per Porto Alegre chissà cosa troveremo lì!!
Cinzia
30 marzo 2004
L’arrivo a Porto Alegre non è stato dei migliori perché l’aereo ha tardato più di un’ora e mezza, causando un po’ di scompigli a coloro che ci erano venuti a prendere. Appena arrivati abbiamo conosciuto Padre Augusto che dall’alto dei suoi 84 anni è una persona ancora molto attiva e gentile, e Padre Valderci (che non è lo stesso di Florianopolis che si chiama Venderci!!), un ragazzo di 33 ani che ha la funzione di economo ed è colui che gestisce un po’ tutto. E’ un ragazzo veramente in gamba, di quei preti di trincea jeans e maglietta, tanto che un’espressione di Carlos è stata “…fin quando non ti vedo dire una messa no ci credo che sei un prete!!”. In ultimo Padre Paulino, anche lui sulla trentina, Parroco della zona che ci ha portato a visitare una serie di favelas vicine. Io ero molto eccitata al pensiero di vedere da vicino questa realtà così lontana, protagonista di molte storie, alcune delle quali purtroppo assumono spesso i tratti di incubi notturni. Dopo circa dieci minuti che ci siamo addentrati abbiamo capito subito che in quel posto ci si può andare unicamente in compagnia del Parroco che conosce tutti molto bene, o con la polizia. La settimana precedente al nostro arrivo é stato ucciso un uomo, perché era entrato nella favela con i fari della macchina alti e questo per alcuni abitanti della zona é un affronto. Sembrerebbe assurdo, ma a starci dentro si riesce a percepire nell’aria l’odore di un mondo a parte dove le regole non sono quelle di sempre, e la legge principale è rispettare le regole. Una cosa che mi ha incuriosito è che le favelas che ho visto fino ad ora in Brasile sono tutte costruite in cima a delle colline, oppure disposte dal basso verso l’alto come se si seguisse rigorosamente un piano architettonico dettato da alcune esigenze (come in Italia, nel periodo medievale, in cui venivano costruite fortezze in cima alle colline). Padre Paulino ci ha presentati ad un gruppo di donne. Una mi ha colpito in modo particolare perché aveva la pelle rovinata e aveva in braccio una bambina bellissima, anche lei con un aspetto trascurato ed un visetto sudicio. Padre Paolino mi ha poi raccontato che quella donna è stata abbandonata dal marito sola con tre figli e che é malata di Aids. Poi siamo entrati in una casa e devo dire che lì ho sentito un brivido alla schiena… le mura sono delle lastre di legno unite l’una all’altra da chiodi; la porta che dà sulla strada é bloccata dai letti, quindi c’é un’altra entrata dal retro. Davanti alla porta c’é un minuscolo corridoio dove ci sono un lavandino ed il frigorifero. La larghezza di questo corridoio é si e no di 50 cm. Quindi ne rimangono pochissimi per passare, tanto che io mi sono dovuta girare di fianco e camminare trasversalmente per entrare. Dopo un metro circa ci sono due letti poggiati ad una credenza, con i vestiti buttati dappertutto. La casa é di circa 8-9 mq, sporca, disordinata e con dei buchi per terra. E’ difficile spiegare come si possa vivere in quelle condizioni, considerando anche che un’altissima percentuale di donne vengono abbandonate dal marito con 4-5 figli, senza un lavoro, costrette quindi a mendicare per strada, o a passare la domenica in parrocchia sperando che qualcuno possa dare loro qualcosa da mangiare. Dopo, siamo tornati a casa per la cena e per tutto il tragitto siamo rimasti in silenzio. Nessuno di noi aveva nulla da dire….
Cinzia
2 aprile 2004
La struttura di Porto Alegre é molto grande e dispersiva, ed io continuo a perdermi tra i corridoi che vanno dal nostro alloggio alla mensa e alle varie aule dove sono i bambini!! Fuori c’è un parco di 40 ettari dove c’è anche la struttura per anziani che dalla nostra dista circa 1 km. Padre Valderci ci ha presentato un po’ a tutti con una riunione che abbiamo fatto per chiarire le idee dello staff che si stava chiedendo chi fossero quei loschi figuri che si aggiravano per la struttura, con un blocco di carta in mano ed una telecamera!! Abbiamo parlato con loro per circa quattro ore e Carlos, il Professore, ha dovuto fare una sorta di corso concentrato sulla cooperazione internazionale! Nel pomeriggio abbiamo continuato a fare il giro delle favelas lì intorno e siamo capitati in una che non è nata da insediamenti naturali ma che è stata realizzata dal Comune di Porto Alegre, espropriando le terre a più di 60 famiglie, e poi spostandole dal Barrio Gloria ad un’area che si chiama Rincao. Il trasferimento è stato attuato per rischio ambientale, e fino a qui posso anche capire, il resto invece mi rimane più difficile: in pratica il Comune ha costruito quello che loro chiamano un “embrione di casa”, cioè costruzioni minuscole, di circa 8 mq, una attaccata all’altra, lasciando poi a ognuno la possibilità di potersi estendere. Impossibile visto che manca lo spazio materiale per eventuali modifiche. Il problema è anche un altro: queste famiglie sono tutte poverissime e non hanno i soldi per costruire o modificare le case, quindi gli “embrioni” sono rimasti tali. Il risultato ora è che da 60 famiglie l’area è diventata una piccola città con tutti i problemi che ne scaturiscono. Nel pomeriggio Padre Paulino ci ha messo in contatto con una sua parrocchiana, Aloise, che é consigliere di una delle regioni della città per il Bilancio Partecipativo e che ci ha dato appuntamento per il giorno dopo. Ci siamo presentati alle 16 con un’aria molto professionale, io con il solito blocco, Carlos con l’aria seria di uno che “si, so tutto ma vorrei saperne di più” e Fabrizio con la telecamera. L’intervista è durata più di due ore in cui Aloise ci ha spiegato in modo molto chiaro come funziona il meccanismo della partecipazione della cittadinanza al bilancio della città, e ci ha invitati ad assistere ad una delle riunioni della comunità. Io non credevo alle mie orecchie!! Appuntamento il giorno dopo alle ore 20! La cosa bellissima è stata che il funzionario del Comune ha verbalizzato la nostra presenza chiamandoci per nome, e dicendo che eravamo lì dall’Italia a nome della Fondazione Don Orione. Alle 23 si è chiusa la riunione ed Aloise ci ha presentato ai funzionari ai quali abbiamo detto che eravamo interessati a fare un lavoro con loro per quanto riguarda Progetti di sviluppo incentrati sulla partecipazione attiva della cittadinanza. Loro si sono detti interessati ad un qualsiasi tipo di lavoro che coinvolgesse la comunità, e ci siamo scambiati i nomi e le mail. Siamo tornati a casa eccitatissimi come se quel numero di telefono fosse del nostro primo appuntamento galante!!!
Cinzia
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