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| News dal mondo Diario di viaggio 2004: Cile Pubblicato in data 30.04.2004 Versione per la stampa "Dopo Montevideo, io e Carlos ci concediamo qualche ora di meritato riposo sull’aereo che ci porta a Santiago del Cile..." 30 aprile 2004 1 maggio 2004 Chi conta di più in Cile? Questo chiedevo all'improvviso e tra le argomentazioni politiche, rivendicative, storico culturali che mi snocciolavano, mi rispondevo ad alta voce el perro. Sconcerto e complicità maliziosa negli sguardi, anzi los perros, i cani. Grassi grossi pastori tedeschi, molossoidi impudenti padroni assoluti del territorio; al centro delle piazze, delle strade si stiracchiano, sbadigliano strafottenti paghi del vertice gerarchico che occupano tra le cose del mondo. I severi carbineros al cambio della guardia a Santiago, di fronte alla Moneda, sono appena degnati di uno sguardo sbilenco dai cani che occupano l'entrata tra il via vai dei politici che li schivano come soggetti sacri, clown rituali messaggeri di un vertiginoso altrove. Sulla scala del Palazzo di Giustizia dorme un gigantesco pastore alasaziano, un molosso segue stupito i dialoghi tra avvocati e testimoni nella lenta digestione. Due, dieci, venti, indifferenti l'uno all'altro si avvicinano, non abbaiano, non mordono a memoria d'uomo, ti fermi si fermano, si allontanano un pò, ritornano nell'altrove, ma sei trafitto da semirette invisibili, tutto il piano euclideo scivola e tu sei invariabilmente al centro geometrico del poligono sghembo delle pupille canine. A Quintero, Riccione cilena fuori stagione deserta, verso il piccolo Cottolengo dalla stazione degli autobus a piedi "appena cinque minuti..." l'ultimo essere umano visibile. Poi una, due, sette cuadras, isolati, con meta un orribile serbatoio d'acqua come orizzonte, sole torrido, brezza mediterranea, villini serrati, incerta l'indicazione, in salita, discesa, a destra? Il poligono dei cani si restringe, mai così grossi e gagliardi, Marco dice "sarà... però questi cani...". Ci siamo persi? Non c'è un anima, storie di anziani abbandonati divorati dai... siamo sempre nel centro geometrico del poligono variabile traguardati dai gendarmi celesti. C'è una legge cilena non scritta che tutti gli esseri viventi non possono essere privati della loro capacità riproduttiva e loro ci provano un gran gusto a riprodursi, nella Patagonia ormai sono più cani che cristiani. Ci sembra di notare un lampo di furbizia in più negli sguardi dei nostri custodi, aspettiamo l'attacco come nei western quando smettono i tamburi, qualche timido "sciò!". Marco: " non fare così !" Fingo sicurezza e piglio da domatore, qualcuno si mette a correre latrando, una sorta di pastore maremmano - amico storico dei polpacci dei ciclisti - non ci comunica niente di buono, forse i cani di Quintero... sale la tensione quanti chilometri mancano? Finalmente un essere umano, come un proiettile a cavallo di un motorino smarmittato irrompe sulla scena. E parte l'attacco. Rabbiosi come cani, appunto, rompono le geometrie della quiete e raggiunto il piccolo bolide, nuvola di olio bruciato, cercano di azzannarlo alle gomme anteriori, ai catadriotti. Veloci come la vendetta interpretano il ruolo dei cattivi con mestiere consumato, lo smarmittato testa incassata nelle spalle si inclina, sguscia, si salva per un pelo, applausi a scena aperta, poi il puzzolente fumo azzurrino nasconde il puntino nero che si allontana verso le altre infinite cuadras. Abbiamo scherzato, silenzio. Il fumo si dirada ecco il Cottolengo! Ci accoglie una signora florida e sorridente: "ora vado a chiamare Padre Bruno". Il pastore maremmano si sdraia davanti all'ingresso e dice "ci siamo capiti...”, la signora torna "com'è il Cile?" "Muchos perros". " Ah si?". "Padre Bruno i signori dicono che ci sono troppi cani....". In parlamento in questi giorni si stanno accapigliando per varare una legge sulla sterilizzazione dei cani... eppure così solenni e autonomi non posso non ricordare lo stupore di un antropologo africano la prima volta in Europa: "Pensa, i bianchi escono e conducono a spasso i cani!". Goffredo 20 maggio 2004 Di ritorno da Chiloè, isola araucana intrisa di leggende marine, è lì che nasce Moby Dick la Balena Bianca, chiediamo ai giovani seminaristi di Santiago che cos'è el Jote. Simpatici e incuriositi dai nostri estenuanti spostamenti in bus lungo il Cile, lusingati per il desiderio che manifestiamo di conoscere il loro Paese, ascoltano i nostri racconti. E' un carognero ci dicono, un avvoltoio ma non porta così jella come da noi, anzi è l'immagine del macho conquistatore, più esattamente si dovrebbe dire uno sciupafemmine che va con tutte e tutte lascia straziate dal mal d'amore, non porta jella però qualche danno lo fa. A Chiloè, appollaiato sull'albero delle barche da pesca, nero con la testa rosso carne non sembra il massimo dell'allegria. Sulla spiaggia si contendono brandelli di calamari enormi dispensati dalla bassa marea, strappano col becco adunco immondizie varie, saltellano restii a volare con lo sguardo sempre obliquo. Se si posano sulla croce del campanile è la fine, entro un anno qualcuno morirà. Chiloè isola avvolta dalla bruma volge una sponda all'Oceano terribile e guarda al mare interno immobile di canali, fiordi, paesaggi colonizzati da una emigrazione sassone, celtica che qui ha ritrovato l'immagine speculare delle sue origini. Facce ariane, rossi celti, case in legno, colori d'Irlanda, chiese Gesuite del '700 sparse per l'arcipelago di assoluta bellezza, silenzio come dentro un acquario, c'è anche un isola dei morti dove non si deve nominare troppo il Traghettatore perché quando appare è troppo tardi. Taciturni, schivi se accenni alla loro ricca mitologia abbozzano un sorriso ma avverti che tutto è segno, che non c'è atto che non viva in un rapporto di causa effetto con fatti al di là del visibile. Proverbi per ogni occasione, dura vita del marinaio contadino, con le sue storie di morte. Il mondo celtico si è fuso con la cultura Huillince e l'isola è popolata di esseri magici che regolano il ritmo della vita e della morte: sirene, vascelli fantasma, nani, se li incontri fra un anno si muore; a volte il sole dirada queste nebbie, piove sempre ma se non piove il futuro è comunque minaccioso. Si mangia il curanto, il piatto che rappresenta il crogiuolo di questo mondo ruralacquatico:carni e mariscos, frutti di mare oceanici nelle dimensioni, insieme a verdure e brodo ristretto squisito che accompagna, estratto puro di colesterolo, il rito del pasto. Vino cileno come dire superbo, non si possono non vedere poi saltellare fattucchiere e folletti e udire il latrato terribile dell'Invunche. Dopo il curanto camminiamo per ore fino alla scomparsa del sole per cercare di placare l'essere degli abissi che crediamo ormai sia insediato stabilmente nelle nostre viscere e che ci fa trasalire a volte nel sonno. El Invunche è un bambino allevato dai Brujos, cattivissimi stregoni, a non crescere. Alimentato a carne umana e latte di gatta, forzato nella culla fino alla deformità lancia orrifiche urla agli umani che alla sua vista sono perduti. Però se lo uccidi la sua carne cura qualunque infermità. Oppure El Trauco sorta di mostruoso nano con ascia e foggia di spaventapasseri , attira irresistibilmente le fanciulle nel bosco che restano embarazadas. Incontrandolo con il fetore del suo alito (sarà il curanto?) deforma il malcapitato che comunque muore entro l'anno. Proverbio "quando i cani piangono la disgrazia è imminente". Ma non tutto va così male, nella tradizione frugale dei contadini pescatori "quando punge un piede sono in arrivo scarpe nuove" o ancora "quando una donna fa il gomitolo e questo viene stretto troverà un marito lavoratore", diremmo aspirazioni del buon tempo antico. A parte gli elfi il lavoro scarseggia e l'allevamento industriale del salmone minaccia l'ecosistema marino e molti sostengono che quando le multinazionali se ne andranno, per esaurimento delle risorse, il danno alla costa sarà irreversibile. La pesca tradizionale già ora ne risente gli effetti. I lavori stagionali legati al turismo, l'assenza di un ospedale nell'isola, rendono precaria la vita, e forte il desiderio di andarsene; a mano a mano che si scende verso il sud dell'isola aumenta il numero dei senza casa, a volte alcolisti che mendicano con sommesso decoro. Le suggestioni del paesaggio che toccano la sensibilità degli europei appartengono all'occhio letterario dell'osservatore che scopre immagini del suo passato e coglie solo ciò che reputa archeologia vivente, una macchina del tempo che ci spia. Ma quelle persone sono altro, non la proiezione narcisistica del nostro desiderio di passato, di cogliere l'attimo. Prima della caduta nel Moderno, sono due mondi che non si incontrano. Spesso l'occhio d'Occidente non vede ma vuole solo riconoscere ciò che presume di sapere, sono due paesaggi: il nostro pieno di citazioni Darwin, Chatwin, Melville il mondo favoloso delle leggende marine e della scoperta, un fondale dove i reali abitanti sono solo comparse di un canovaccio scritto da altri; il loro che inconsapevoli semplicemente vivono lontani dai languori dell'immaginario, il vero mostro della nostra mitologia che latra nella notte, e speriamo che non muoia qualcuno entro l'anno. Goffredo Versione per la stampa Indietro |
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